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lunedì 6 ottobre 2025

Viaggi Vagabondi 4

Viaggi in ciò che ha lasciato un segno nel mio cuore.

Fabrizio De André 
 

 

I tuoi fiori rossi tra le foglie verdi
si piegano, bellissimo geranio! 
Ma tu non chiedi acqua. 
Non puoi parlare! Non hai bisogno di parlare
tutti sanno che stai morendo di sete, 
pure non ti portano acqua! 
Passano davanti a te dicendo:
"Il geranio ha bisogno d'acqua". 
E io, che avevo felicità da condividere
e anelavo di condividere la tua felicità;
io che ti amavo, Spoon River, 
e agognavo il tuo amore, 
ti appassii sotto gli occhi, Spoon River,
assetata, assetata, 
resa muta dalla castità dell'anima
nel chiedere amore, 
a te che sapevi e mi vedesti perire
come questo geranio che qualcuno
ha piantato su di me 
E lasciato morire. 




mercoledì 17 settembre 2025

Viaggi Vagabondi 3

Viaggi in ciò che ha lasciato un segno nel mio cuore.


Domenico Modugno
Il vecchio Frac



Giacomo Leopardi
Infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle, 
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. 

Ma sedendo e mirando, 
interminati spazi di là da quella, 
e sovrumana silenzi, 
e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, 
ove per poco il coro non si spaura. 

E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vó comparando: e mi sovviene l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suo di lei. 

Così tra questa immensità 
s'annega il pensiero mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare. 


Ray Bradbury
Cronache marziane


Hugo Pratt
Corto Maltese


Taxi Driver
Robert De Niro


Leonardo Da Vinci
La vergine delle rocce


Firenze
 

domenica 24 agosto 2025

Viaggi Vagabondi 2

Viaggi in ciò che ha lasciato un segno nel mio cuore.


Lucio Dalla
L'anno che verrà 


 

Charles Baudelaire
Caino e Abele 
(da i Fiori del Male

Razza d'Abele, dormi, bevi e mangia:
con che compiacimento ti sorride Dio!

Razza di Caino, striscia
nel fango e muori miserabile!

Razza d'Abele, il tuo sacrificio
accarezza il naso ai Serafini!

Razza di Caino, il tuo supplizio
potra mai avere fine?

Razza d'Abele, guarda prosperare
II tuo bestiame e le tue semine!

Razza di Caino, le tue viscere
urlano di fame come un vecchio cane!

Razza d'Abele, scaldati il ventre
al focolare patriarcale!

Razza di Caino, trema di freddo
nel tuo antro, povero sciacallo!

Razza d'Abele, ama e prolifica!
Anche il tuo oro si moltiplica!

Razza di Caino, guardati
dalle grandi brame, cuore ardito!

Razza d’Abele, tu cresci e ti pasci
come le cimici dei boschi!

Razza di Caino, trascina per le strade
la tua famiglia disperata!

Razza d'Abele, la tua carogna
ingrasserà la fumante terra!

Razza di Caino, il tuo compito
non è ancora finito!

Razza d'Abele, vergognati!
II ferro e vinto dallo spiedo!

Razza di Caino, sali al cielo
e scaraventa sulla terra Dio!


Ken Parker
di Berardi e Milazzo
 

Cent'anni di Solitudine
di Gabriel García Màrquez


Caravaggio
San Girolamo Scrivente
Galleria Borghese, Roma



Qualcuno volò sul nido del cuculo
con Jack Nicholson


Sardegna

venerdì 8 agosto 2025

Viaggi Vagabondi 1

Viaggio in ciò che ha lasciato un segno nel mio cuore. 

Francesco Guccini
La Locomotiva
 


Nazim Hikmet

Può darsi
Può darsi che io
non arrivi
a un certo giorno,
può darsi
che penzolando a un capo del ponte
lascerò cadere la mia ombra sull'asfalto...
E può darsi
che, anche dopo
quel certo giorno,
io sia ancora In vita
irsuto di bianco pelo...
Se sarò vivo
dopo quel certo giorno,
appoggiandomi ai muri
per la periferia della città
suonerò il violino e canterò una canzone
ai vecchi, intorno a me,
che, come me, saranno
sopravvissuti all'ultima battaglia.
E dovunque volgerò l'occhio,
tutto sarà allegro, splendido,
e la sera stupenda,
e ascolterò il passo di gente nuova
che intona nuove canzoni.

Stan Lee e John Buscema
Silver Surfer

Jack London
Martin Eden


Van Gogh
Notte stellata


Blade Runner
di Ridley Scott 


Piazza Navona
Roma


mercoledì 25 giugno 2025

Ricordi da bambino: la tombola romana.

Chissà perché con questo giugno romano così caldo mi viene in mente il natale?
Eravamo piccoli e il momento dei giochi natalizi e soprattutto della tombola era un momento importante in famiglia.
Ricordo la tombola a casa di mia nonna
e le risate fra tutti i parenti attorno alla tavola. 
E i numeri estratti dal sacco. 
Ma molti non erano solo numeri ma erano sostituiti da una parola che li rappresentava.
Da mia nonna, romana doc, c'era tra i numeri che mi ricordo:
1 Pitillo (il più piccolo) o Pippetto o il più grosso
5 La mano
6 La Befana
8 Occhiali
11 I zeppetti
12 La dozzina
13 La fortuna 
17 La disgrazzia
19 L'imbriacone (o Oliviero che era uno zio che presumo con questo vizietto)
22 Le carozzelle
23 Bucio de' culo
24 La vigilia
25 Natale
26 Santo Stefano
33 L'anni de Cristo
40 La gallina canta
44 Gatti in fila per 6 col resto di 2 ( per noi bambini dalla canzone dello zecchino d'oro) 
46 I sordi
47 Morto che parla
66 le zitelle
77 Le gambe delle vecchie
88 Occhialoni
89 La vecchia
90 La paura

Ovviamente si segnavano i numeri usciti sulle cartelle necessariamente con le bucce dei mandarini.

E a capodanno a mezzanotte spaghetti non lenticchie e più ne mangiavi e più  soldi avresti ricevuto il nuovo anno.

Ricordi da bambino... 

domenica 26 gennaio 2025

l'ultimo mohicano se ne va

Due giorni fa è morto Gianfranco Manfredi. Io non l'ho mai conosciuto personalmente ma in qualche modo l'ho incrociato in diversi momenti della mia vita. Da ragazzo con le sue canzoni e con i suoi concerti con Ricky Gianco, entrambi voce di quel movimento del 77 che ha accompagnato la mia gioventù, poi più tardi l'ho ritrovato con mia sorpresa sulle pagine di Dylan Dog e successivamente l'ho seguito sul suo Magico Vento.
In quegli anni gli ho anche scritto una  lettera per fargli leggere un soggetto che avevo scritto per Dylan Dog (era un periodo in cui cercavo di seguire uno dei miei sogni) e lui fu gentilissimo dandomi suggerimenti e piccoli incoraggiamenti.
In quella circostanza l'ho trovato ironico e disponibile facendomi capire che bella persona fosse.
Ho riscontrato spesso la sua umanità e la sua cultura che spaziava su campi più svariati anche nei suoi post su Facebook e pensare di non leggerlo più mi riempie di tristezza. È un amico che se ne va.

Mitakuye Oyasin, Gianfranco. 
 
 

venerdì 10 gennaio 2025

cose strane: un sogno


Ho fatto tanti anni fa un sogno che mi ha dato un po' di pace in un periodo terribile.
Era morta mia madre da poco tempo, dopo che anche mio padre era morto un anno e mezzo prima, ed ancora giovane ero rimasto solo. 
Io non sono un credente, non penso che ci sia un aldilà in cui si rincontri chi si è perduto o in cui ti ritrovi in paradiso o all'inferno in base a come ti sei comportato. Se qualcosa esiste sarà completamente diverso da come potremmo immaginarlo. 
In quel sogno mia madre era in corridoio nella casa dove abitavamo e mi sorrideva. Io sapevo che era morta e lei mi diceva di non preoccuparmi. Poi mi disse di uscire fuori nel cortile con lei e li trovai mio padre. Io lo abbracciai e poi piano piano scomparve. Mi girai verso mia madre che mi sorrideva e ci abbracciammo. Poi anche lei scomparve. Dopo di ciò mi svegliai.
Era un saluto, perché in tutti questi anni non li ho mai più sognati. Il ricordo di quella sensazione lo tengo ancora stretto nel mio cuore. È stato un abbraccio per darmi forza di cui avevo sicuramene bisogno e un addio sorridente (così mi va di credere anche se non sono credente😉). 

venerdì 20 dicembre 2024

ricordi di bambino: il palazzo abbandonato, il tunnel e le case ormai scomparse.


Come scritto in un post precedente ci eravamo trasferiti al travertino, una zona di Roma, in una via chiusa dove vivevamo come se fossimo in un piccolo paesino.
Erano gli anni 60 e io avevo 6 anni. 
Vivevamo in un terreno dei miei nonni dove c'erano tante case abitate per lo più da parenti e noi vivevamo in una piccola casetta  non troppo distante da un palazzo di 2 piani in cui il pianterreno era completamente abbandonato.
Per noi bambini era un luogo del mistero che ci faceva un po' paura, c'era un arco all'ingresso senza portone e ci sfidavamo tra di noi per chi fosse più coraggioso nell'entrare e arrivare il più dentro possibile. I nostri genitori ci sgridavano perché non volevano che entrassimo lì perché tra il buio, le cose ammassate e abbandonate e gli eventuali topi, il rischio di farsi male era elevato.
Ricordo il buio in fondo a quel corridoio e si intravedeva sulla sinistra una stanza che si collegava ad altre stanze ancora. 

Si narrava che ad un certo punto si poteva entrare in un tunnel sotterraneo che avrebbe portato fino al parco della Caffarella, distante da lì almeno un chilometro e che era stato usato dai partigiani per sfuggire o  per colpire i tedeschi. Eravamo troppo piccoli per verificare se questo era vero.
Andai via dal Travertino quando avevo 10 anni e ovviamente ci tornai verso i 20 per andare a vedere se questo passaggio esisteva davvero. 
Con un amico, e con una torcia, entrammo nel palazzo e facendo attenzione ci dirigemmo verso la prima stanza a sinistra, c'era un'altra stanza e disordine ovunque, un'altra stanza ancora sempre con roba accatastata ovunque e infine trovammo il famoso ingresso per il tunnel. Era fatto di mattoni, il pavimento era di terra e in altezza arrivava poco sopra le nostre teste mentre in larghezza era almeno due metri, c'incamminammo per altri cinquanta metri e poi il tunnel deviava sulla destra. Sembrava di stare in un altro mondo per il silenzio e per come era costruito perfettamente.
La luce della torcia illuminava il paesaggio e noi camminavamo spediti e curiosi di vedere se arrivava veramente alla Caffarella... ma purtroppo ad un certo punto ci trovammo davanti solo terra che aveva invaso il tunnel e bloccava la strada, per cui non potemmo far altro che tornare sui nostri passi.
Peró almeno avevo scoperto che il tunnel esisteva. 

Purtroppo ora non c'è più nulla. La via dove vivevo da bambino è stata espropriata dal comune di Roma per i lavori di costruzione della metropolitana 
e la casetta dove vivevamo, il palazzetto abbandonato, tutte le case compresa quella di mia nonna sono state coperte da tonnellate di terra per ripianare la strada e tutto è ormai scomparso. 
Troppa terra sui miei ricordi, un vero peccato. 
C'era un orto in fondo alla strada, un albero di fichi gigantesco, la casa di mia nonna che era la più grande di tutti, là mia madre e mio padre avevano vissuto appena sposati per qualche anno, adattandosi a stare all'ingresso mentre i nonni paterni abitavano nel resto della casa. 
Ricordo che mi faceva un po' timore ad entrare nell'ultima stanza, la camera da letto dei miei nonni, perché sul comó c'era 
una teca che conteneva la statua di San Sebastiano trafitto dalle frecce dalle cui ferite c'era il sangue che sgorgava. 
Per me bambino sembrava sangue vero e vederlo mi dava disagio. 
C'era un fontanone di fronte alla casetta dove noi abitavamo dove si prendeva l'acqua da bere e dove si lavavano i panni a mano, là su un lungo gradino di marmo all'ingresso era impressa un impronta di un zoccolo di cavallo che, ci raccantavano, fosse sfuggito a dei zingari che si erano accampati  vicino a dove vivevamo e che imbizzarrito avevo colpito con forza quel gradino per poi scappare.
Subito accanto il bagno alla turca dove chi non aveva il bagno in casa poteva andare per espletare i propri bisogni, me lo ricordo come un incubo. 
Ma soprattutto c'era un grande spiazzo dove noi bambini giocavamo spensierati. 
Erano tempi felici in un posto che ormai è scomparso. 
Purtroppo succede. 
Era una via con una lunga storia, un terreno posseduto dalla famiglia di mia nonna da chissà quanto, dove era nato mio padre e i suoi fratelli, dove avevano vissuto i miei nonni fino alla loro fine 
e dove io ho vissuto parte della mia infanzia. 
Tutto scomparso sotto tonnellate di terra. 
C'est la vie. 

martedì 5 novembre 2024

cose strane: fari nella notte

Questo post avrebbe potuto avere altri titoli: la scelta, in viaggio per un amico, contromano, destino o fato.
E tutti avrebbero avuto un senso. 
Era l'estate del novantatre ed eravamo in viaggio in macchina per la Spagna, io con altri 2 amici, Maria e Marcello.
Era una sorta di saluto che dovevamo ad un nostro caro amico, Valter, morto pochi mesi prima in un incidente in macchina.
Maria, che guidava l'auto, era stata la sua ultima storia e noi stando insieme volevamo dare forza a lei e a noi.
Viaggiavamo in una strada statale in Spagna era sera tardi ed eravamo un po' stanchi.
Ad un certo punto forse perché pensavamo di aver sbagliato strada, ovviamente in quegli anni ci si muoveva solo guardando la cartina stradale, ci fermammo in uno slargo per controllare. 
Dopo aver avuto conferma dell'errore riprendemmo il percorso tornando indietro sulla seconda corsia di quella strada.
Non era una seconda corsia, ma bensì una strada a senso unico con una doppia corsia. Facemmo forse una ventina di metri senza rendercene conto finché dall'altra parte passo una macchina suonando all'impazzata (probabilmente le parolacce si saranno sprecate) e in quel momento capimmo.
Eravamo contromano. 
Io ero seduto davanti, al posto accanto al guidatore. 
E in quel frangente vedemmo arrivare un  auto che velocemente veniva verso di noi... 
Si dice che quando vedi la morte in faccia rivedi scorrere in un attimo la tua vita. 
Per me non è stato così. 
C'era solo una sorta di rallentamento del tempo, forse un unico pensiero "È finita". 
Vedevo i fari che si avvicinavano sempre di più, sempre di più, in macchina ricordo solo silenzio, Maria aveva quasi fermato l'auto e poi... all'ultimo istante la macchina che ci veniva incontro devió sulla destra e ci schivó continuando la sua corsa. 
Maria fece velocemente una conversione a u e ritornammo sulla corsia giusta fermandoci poi su uno spiazzo. 
Siamo scesi, riprendendo a respirare. 
Bastava così poco. La vita è così, un errore per distrazione, per stanchezza e tutto cambia, sia per noi che per chi era nella macchina che ci veniva incontro. 
Maria ci disse che in quel momento pensó che era meglio rimanere fermi senza deviare l'auto perché se anche l'altro deviava ci saremmo scontrati. Una scommessa vinta, una scelta finita bene. 
Il caso ha fatto sì che non passasse contemporaneamente un'altra macchina sulla corsia accanto, che il guidatore dell'auto che ci veniva incontro girasse in tempo, che la curva da cui venne la macchina era ancora distante abbastanza perche ci potesse vedere per poter reagire, che quella precedente ci avesse avvertito, che Maria decidesse la mossa giusta. Tante variabili, tante possibilità. 
Bastava poco, una piccola variazione e il nostro destino sarebbe cambiato. 
Io pochi mesi dopo non avrei iniziato una storia con quella che sarebbe diventata la donna della mia vita e mio figlio non sarebbe nato. 
Così è la vita. Se fossi credente potrei pensare che Valter ci abbia protetto da lassù, ma non sono credente. 
Il caso ci ha portato in quella situazione e il caso ce ne ha fatto uscire illesi. 
Sicuramente con una consapevolezza maggiore, sapendo che in fondo in un attimo tutto può cambiare e perciò è importante cogliere l'attimo, vivere pienamente la vita. 
Prima di quella volta io già conoscevo la morte che aveva segnato la mia vita: quella dei miei, quella di Valter. 
Se quella dei miei era dovuta da quella terribile malattia che è il cancro, quella di Valter era legata al caso e anche a dei misteri, con delle analogie con il nostro viaggio in contromano. 
Era venuto un nostro amico tedesco Kam a Roma, e Valter lo ospitava a casa sua. 
Quella sera erano usciti insieme e rientrati sul tardi. Io non ricordo perché non ero andato con loro, Maria era andata a trovare i suoi al nord.
Rientrati a casa ognuno era andato nella sua stanza a dormire... e qui inizia il mistero : Valter in piena notte si alza, esce, prende la macchina e va all'appuntamento con la morte. In una strada di Roma mentre lui la percorreva, da una traversa gli arriva addosso un auto guidata da una ragazza. 
Lui sbatte la testa e muore. 
Forse correvano tutti e due, chissà. 
La realtà è che a 30 anni muore. 
Vai a sapere perché è uscito, vai a sapere se correva, vai a sapere se ci sono colpe della ragazza, chi lo sa? 
Così è la vita. Valter non ha avuto possibilità, noi in quella strada della Spagna si. 
E quella storia un insegnamento me l'ha dato: vedere la morte in faccia ti cambia le prospettive, ti aiuta a non dare troppo valore alle quisquilie, alle pinzillacchere come diceva Totò. 
La vita è una cosa troppo seria per perdere tempo in sciocchezze. 
Cose strane accadono sotto questi cieli, 
si può cadere nel buio, si può vedere la luce, e due fari che ti vengono incontro a tutta velocità te lo fanno capire. 
La vita, come si dice a Roma, è un pizzico, 
per quanto possibile, bisogna godersela. 



venerdì 18 ottobre 2024

Soprannomi e diminutivi a Roma

A Roma si usava (e penso si usi tuttora) dare un soprannome per qualsiasi ragione. 
Ho conosciuto diverse persone che per un certo periodo sono state soprannominate nel modo seguente:
da mio padre che chiamavano 
Er campana 
perche non sentiva da un orecchio, 
o anche Modugno 
perché assomigliava al cantante, 
o uno zio chiamato 
Er Pantera 
perché faceva il pugile ed era scuro di carnagione, 
e poi un bambino chiamato Fontanaditrevi 
perché piangeva spesso, 
e ai tempi del liceo
Barbadirame 
ovviamente per la barba rossa, 
Mortimer 
perché aveva una figura diciamo alquanto macabra,
Er cariato 
immagino per qualche problema con i denti, 
Snoopy 
perché era una ragazza piccola e carina, 
Unto 
l'origine, da quello che so, è perché qualcuno toccandolo disse che sembrava unto,
Er puzzola
Beh, sicuramente non era particolarmente pulito. 
Gulliver 
perché era altissimo,
Geometria
perché aveva una faccia squadrata. 
E al di fuori del liceo
Uccello o Bird 
non lo so, forse perché sembrava inafferrabile, pronto da un momento all'altro a spiccare il volo,
Spillo 
perché secco e longilineo, 
Er Secco o Ciccio ovviamente dato ad uno grasso. 
Er Biondo o Er Roscio o 'a Riccia per i capelli. 
Er mitraglia perché parlava tanto. 

La fantasia nel dare soprannomi a noi romani non manca, e poi c'è sempre 
ah coso! 
che viene utilizzano quando della persona non ci ricordiamo il nome. 
E poi ci sono i diminutivi che colpiscono ovunque: Francesco che diventa Cecco, Checco o Chicco, Lella che può essere utilizzato per molti nomi femminili, Giovanni che diventa Nino o Nanni, mia mamma Agata che mia nonna chiamava Achetina, Luigi che diventa Gino e così via.
Senza parlare delle troncature dei nomi: 
Paolo che diventa , Giorgio che diventa Gió, Francesco Frà ecc.
Si dice che la lingua è viva. Quella dei romani a volte può esserlo ancor di più. 

domenica 25 agosto 2024

Polli e aquile

Nella vita può succedere. A me è capitato.
Di entrare in un periodo buio in cui non si vede via d'uscita. Di vedere crollare intorno a te tutto quello che avevi costruito. Di scoprire che quello che credevi era falso e chi ti stava intorno era altrettanto falso.
E che ti trovi a percorrere una strada dove quello che ritenevi impossibile è accaduto. 
Con un terremoto interiore che stravolge la tua vita e sai che niente potrà essere uguale a prima. 
A volte capita, e a volte capita altresi, che trovi aiuto in qualcosa che non ti aspettavi. Il mio cuore era pesante ed entrai in libreria alla ricerca di qualcosa da leggere che mi distraesse dalle mie ossessioni.
E presi un libro che in qualsiasi altro momento non mi avrebbe interessato:
Messaggio ad un aquila che si crede un pollo di Anthony De Mello
Perchè lo presi? Forse perché in quel periodo mi sentivo sicuramente un pollo dato che avevo creduto a chi non meritava o forse perché la copertina come era capitato altre volte mi aveva colpito e incuriosito (una sorta di fumetto ed io ho sempre amato i fumetti)? Quien sabe? 
La realtà è che era il libro giusto al momento giusto. 
Mi ha dato sia quella spinta di cui avevo bisogno in quel frangente e sia dei suggerimenti che mi hanno aiutato:
tra i quali annullare i pensieri concentrandosi o sul respiro o sul vento che ti muove i capelli o sui battiti del cuore che puoi sentire su alcune parti del tuo corpo, piedi, mani ecc.
A volte serve solo qualcosa che sei pronto a sentire, che ti aiuti ad arrivare a svoltare l'angolo, perché dietro l'angolo c'è sempre qualcosa per cui vale la pena vivere. 
E per me dietro l'angolo sarebbe arrivato qualcosa che avrebbe dato il vero senso alla mia vita. 


Incipit
Il risveglio
Spiritualità significa risveglio.
La maggior parte delle persone, pur non sapendolo, sono addormentate. 
Sono nate dormendo, vivono dormendo, si sposano dormendo, allevano i figli dormendo, muioino dormendo senza mai svegliarsi. 
Non arrivano mai a comprendere la bellezza e lo splendore di quella cosa che chiamiamo esistenza umana.
Sapete, tutti i mistici, cattolici, cristiani, non cristiani, quale che sia la loro teologia, la loro religione, concordano su una cosa: che tutto va bene, tutto va bene. Sebbene regni il caos, tutto va bene. 
Certo, è uno strano paradosso. 
Purtroppo, però, la maggior parte della gente non arriva mai a capire che tutto va bene, perché è immersa nel sonno. 
Ha un incubo. 
L'anno scorso, alla televisione spagnola, ho sentito una storiella su un tizio che bussa alla porta di suo figlio. 
«Jaime» dice, «svegliati!» 
Jaime risponde «Non voglio alzarmi, papà».
Il padre urla «Alzati, devi andare a scuola». 
Jaime dice «Non voglio andare a scuola». 
«E perché no?» chiede il padre. 
«Ci sono 3 ragioni» risponde Jaime. 
«Prima di tutto, é una noia; secondo, i ragazzi mi prendono in giro; terzo, io odio la scuola.» 
E il padre dice: «Bene, adesso io ti dirò 3 ragioni per cui devi andare a scuola: primo perché è tuo dovere; secondo, perché hai 45 anni, e terzo, perché sei il preside.» 
Svegliatevi, svegliatevi! Siete adulti. Siete troppo grandi per dormire. Svegliatevi! Smettete di trastullarvi coi vostri giocattoli. 
La maggior parte della gente afferma di voler uscire dall'asilo infantile, ma non bisogna crederle. Non credeteci! 
La gente vuole solo aggiustare i propri giocattoli rotti. «Ridatemi mia moglie. Ridatemi il mio lavoro. Ridatemi i miei soldi. Ridatemi la mia reputazione, il mio successo.» 
È questo che vogliono le persone: nuovi giocattoli. Tutto qui. Persino i migliori psicologi potranno dirvi che le persone non vogliono realmente essere curate. Quel che cercano è il sollievo; una cura sarebbe troppo dolorosa. 
Svegliarsi è spiacevole, sapete. 
Uno se ne sta lì nel letto, bello comodo. 
È irritante essere svegliato. 
Per questo il saggio guru non tenta di svegliare la gente. 
Spero di saper essere saggio, in quest'occasione, e di non fare alcun tentativo per svegliarvi, se state dormendo. 
In effetti non sono affari miei, anche se di tanto in tanto vi dico: «Svegliatevi!» 
Io non devo far altro che andare avanti per la mia strada, ballare la mia danza. 
Se ne saprete approfittare, bene; altrimenti, pazienza! 
Come dicono gli arabi, « la natura della pioggia è sempre la stessa, ma fa crescere le spine nelle paludi e i fiori nei giardini.» 


martedì 6 agosto 2024

Ricordi da bambino: dalla Montagna rossa al Travertino

Io sono nato a Roma, alla Borgata Fogaccia (ora Montespaccato) e li ho vissuto fino ai 6 anni. Ovviamente i ricordi di quel periodo sono pochissimi e alcuni di questi nascono da racconti di mia madre.
Terzo di quattro figli, 3 maschi e una femmina, vivevamo con i nostri genitori e con nonno Francesco, il papà di mamma
(che morì quando avevo 6 mesi) e forse con mio zio Serafino (almeno un paio d'anni perché poi si sposó e andò a vivere da un altra parte) in una casetta unifamiliare con un giardino in cui sicuramente si trovava un albero di pesche. Erano i primi anni sessanta. 
Ecco i pochi racconti che mi riguardano di quel periodo: 
1 Che cosa si fa per i soldi! 
Viveva accanto a noi un'amica di mamma chiamata Maria 'a marchiciana che per insegnarmi a camminare mi faceva vedere 1 lira e io, piano piano, muovendomi cercavo di prenderla. 
Se riuscivo ad arrivare da lei la lira era mia. 
2 La mia prima fuga da scuola
Mia madre il primo giorno che mi porto all'asilo mi lascio lì per riprendermi prima di pranzo. Io, dopo un po', non so come, me ne andai dall'asilo e piangendo me ne tornai a casa tutto solo. Ovviamente dopo quella volta mia madre mi lascio a casa e non frequentai più l'asilo. L'anno dopo andai alla prima elementare. 
3 La montagna rossa
Questo forse è l'unico ricordo veramente mio di quegli anni: c'era vicino a noi un posto che chiamavamo la montagna rossa dove andavamo a giocare, uno dei giochi era sdraiarsi su un cartone e lasciarsi scivolare sui pendii di quella montagna rossa, probabilmente una collinetta di terra rossastra visto che avrò avuto al massimo 6 anni, dato che, dopo aveli compiuti, ci trasferimmo tutti al Travertino.



Al Travertino
Perchè ci trasferimmo non mi è dato sapere (non ho più nessuno che me lo racconti) ma lasciammo la borgata Fogaccia e andammo in un altro quartiere di Roma, il Travertino, nella terra dei miei nonni paterni. 
In una casetta piccina, piccina. 
Una casetta  di muratura formata da un corridoio, una cucina e una camera da letto. 
Il bagno in casa non c'era, era fuori nel piazzale dove c'erano altre casette, un bagno alla turca utilizzato da più famiglie.
Accanto ad una grossa fontana-lavatoio, dove si faceva il bucato. 
Ricordo che per lavarci mia madre, dopo aver riscaldato l'acqua, utilizzava una bagnarola. 
La via del Travertino dove vivevo era come un piccolo paese composto da una decina di case in cui abitavano tutte persone in qualche modo parenti. Oltre i nonni, io chiamavo tutti zii o zie anche quelli che probabilmente non lo erano. 
C'erano case basse e piccole, altre sempre basse ma con più stanze, una ad un piano, in fondo si trovava la casa di mia nonna, la più grande di tutte con tre stanze, dietro alla quale c'era un grande orto che chiudeva la via. Un palazzo antico all'inizio delimitava la strada, il piano sotto era disabitato e in stato di abbandono (con dei misteri che racconterò in un prossimo post), al piano sopra viveva uno zio; la cosa particolare del piano sopra era che in una stanza c'era una porta, che se l'aprivi, ti ritrovavi il vuoto e rischiavi di cadere di sotto, mi raccontarono che quell'ala del palazzo era stata distrutta da un bombardamento durante la guerra. 
La via iniziava accanto a quel vecchio palazzo e andando in discesa, sulla destra c'era un muretto che la separava dall'altra strada e sulla sinistra un'altra casa che la delimitava. Alla fine di questa discesa iniziava uno spiazzo più grande lungo un centinaio di metri, sempre delimitato da case o da muretti, che arrivava sino alla casa di mia nonna. 
La mia casetta si trovava alla fine della discesa sulla destra di fronte alla fontana.
Quei 5 anni che siamo stati là lì ricordo con felicità anche se per i miei, probabilmente, sono stati faticosi ed economicamente non particolarmente floridi. 
Ma noi eravamo bambini ed in quel piccolo "paesino" isolato dalle altre vie giocavamo tra fratelli e cugini, e ci divertivamo spensieratamente. 
 
                                                      continua... 


sabato 25 maggio 2024

Proverbi e modi di dire romani


Sono nato a Roma. E questo è un elenco di modi di dire e di proverbi che ho sentito fin da bambino. Alcuni si usano ancora, altri si sono persi per strada. 


Nun se pò cavà sangue da 'na rapa. 

Quanno er diavolo te s'alliscia vordì che vole l'anima.

A chi tocca nun se 'ngrugna.

Er sordo der compare ce sente solo quanno je pare. 

Er core nun se sbaglià. 

Morto 'n Papa se ne fa n' antro.

Troppi galli a cantà, nun se fà mai giorno.

Male nun fà, paura nun avé.

Se stava mejo quanno se stava peggio.

Se mi nonno ciaveva 3 palle era un flipper.

Er più pulito cià 'a rogna.

Le bucie cianno 'e gambe corte. 

Quello che nun strozza 'ngrassa.

Sparagna Sparagna arriva er gatto e se lo magna. 

L' acqua cheta fracica li ponti.

Tutte le strade porteno a Roma.

Roma fu fatta  'n pó pe' vorta.

Omo de panza, omo de sostanza. 

Na mela fracica ne guasta cento bone. 

La gatta frettolosa fa li fii cechi.

L' unica cosa bella de Milano è er treno pe Roma. 

A incazzatte fai du' fatiche: te incazzi, te scazzi.

Se nun è zuppa è pan bagnato.

È arivato Cacini. 

Drento 'a botte piccola c'è er vino bono.

Chi cià er pane, nun c'ha li denti e chi cià li denti, nun cià er pane.

Ne 'a terra dei cechi l'orbo è 'n re.

Nu'n c'è trippa pe' gatti. 

Restà come Don Farcuccio co' na mano davanti e n'antra de dietro.

sabato 30 marzo 2024

C'era una volta: giochi da bambino


Ogni tanto torno indietro con la memoria a quando ero piccolo.
Dai 5 agli 11 anni circa vivevo a Roma vicino al Quadraro, più precisamente al Travertino, in una strada isolata che la rendeva un paesello dove tutti ci conoscevamo; li, in una terra che era della famiglia di mia nonna (poi espropriata dal comune, ma questa è un altra storia), sono cresciuto con i miei fratelli e con i miei cugini e ricordo i giochi che facevamo per strada, alcuni dei quali ormai persi nel passato.

Il gioco della Nizza (o in italiano lippa) che consisteva nel prendere un manico di scopa o qualsiasi bastone di legno e tagliarne una parte di una decina di centimetri aguzzandone le estremità, mentre la parte restante, almeno una quarantina di centimetri, si usava come mazza. Con la parte più lunga (la mazza) si colpiva una delle due punte della Nizza, appoggiata a terra, per farla saltare e una volta a mezz'aria si cercava di colpirla, vinceva chi riusciva a farla andare il più lontano possibile.

Palla prigioniera: si formavano 2 squadre di pari giocatori, il campo da gioco si divideva da una riga in due parte uguali. Nella zona dietro ad ogni metà campo si creava un'altra zona che diveniva la prigione.
Obiettivo di ogni squadra era colpire con la palla ogni avversario per renderlo prigioniero, il giocatore colpito veniva catturato e portato nella prigione del proprio campo. Poteva essere liberato solamente se i giocatori della propria squadra riuscivano a lanciargli il pallone durante il loro turno e lui riusciva a prenderlo. Se un giocatore avversario riusciva a prendere al volo la palla il lanciatore veniva catturato. Il gioco finiva quando tutti i giocatori di una squadra venivano catturati.

Acchiapparella (Mondo, Pizzico trentuno)
Corrersi appresso per poi prendersi questa è Acchiapparella, nella versione Mondo si facevano un cerchio di gesso per ogni giocatore tranne per uno che diventava colui che doveva acchiappare, ogni cerchio era la base in cui il giocatore che scappava poteva rifugiarsi e salvarsi dalla cattura, se uno dei giocatori fuori dal proprio mondo veniva toccato il "toccato re" ne prendeva il posto. Le regole di Pizzico trentuno invece consistevano nel toccarsi uno con l'altro contando, chi prendeva il 31 era eliminato, per cui si cominciava a scappare verso il 28/29 per non farsi prendere. Ci si poteva rifugiare su ogni cosa che era  in alto da terra, uno scalino, un masso ecc. e li non si poteva essere toccati.  

I Quattro cantoni
Si giocava ai quattro cantoni avendo 4 punti equidistanti  diversi metri fra loro (alberi se c'erano, angoli di strada ecc.) in cui si posizionavano 4 giocatori, al centro di questo ipotetico quadrato si trovava un quinto giocatore. I 4 giocatori dovevano scambiarsi di posto correndo mentre il 5 giocatore doveva cercare di arrivare nel cantone che si liberava prima che un bambino l'occupasse. Ovviamente se ci riusciva chi rimaneva senza posto andava al centro e si continuava. 

La conta per scegliere a chi toccava essere colui che cercava, o chi inseguiva gli altri o chi era al centro del gioco, era o facendo ognuno un numero con una mano e poi tirando la somma iniziando a contare dal più piccolo d'età oppure con qualche filastrocca. 

Vengo da Gerusalemme senza ride e senza piagne
Si creavano due file di bambini che formavano un corridoio. All'inizio del corridoio un bambino, scelto con la conta, iniziava a camminare. Gli altri, mentre lui ripeteva continuamente "io vengo da Gerusalemme senza ride e senza piagne", dovevano cercare di farlo ridere facendo smorfie divertenti o qualsiasi altra cosa, se ci riuscivano il bambino ricominciava da capo. Se arrivava alla fine del corridoio senza ridere era salvo e toccava ad un altro. 

E poi tanti altri che probabilmente venivano da lontano e in qualche modo sono arrivati anche ai bambini di oggi che ci giocano ancora:
Giochi con i tappi o con le biglie o con le figurine, Campana, Mosca cieca, Tiro alla fune, Nascondino, Ruba bandiera, Schiaffo del soldato, Unduetrestella. 

martedì 12 marzo 2024

I diari: Linus, Jacovitt e co.

Alle scuole elementari, alle medie e ai primi anni delle superiori nel mio zainetto c'era sempre il diario, una compagnia essenziale in quegli anni.
Già da allora ciò che cercavo di più erano
i diari dei personaggi a fumetti. 
Eccone una carellata:

venerdì 16 febbraio 2024

Strane cose: Ankh

Ankh: la croce della vita


Per un periodo, da ragazzo, sono stato attratto da tutto ciò che riguardava l'Egitto e la sua simbologia.
Uno di questi simboli era l'Ankh, la croce della vita: il segno mi piaceva e mi piace tuttora.
In una bancarella di Porta Portese vidi una collanina d'argento con l'Ankh e la comprai. 
Da allora ne ho avute diverse e le ho portate e tuttora le porto costantemente. 
È divenuto una sorta di talismano, anche se non sono superstizioso, e un mio segno di riconoscimento, una sorta di tatuaggio però rimovibile. 
L'Ankh in Egitto aveva il significato di vita o soffio vitale, di immortalità, di unione tra cielo e terra. 
È da tanti anni che mi accompagna nella vita. È stato insieme a me in momenti tragici ed in momenti gioiosi.
Un compagno silente. 

giovedì 21 dicembre 2023

In viaggio con Dalla


Era l'estate del 1979. E stavo per intraprendere un viaggio che mi avrebbe portato in Calabria. 
Quello che si potrebbe definire un viaggio di formazione. 
Ero con due amici, conosciuti da poco, e in macchina andavamo a trovare una mia compagna di scuola, di cui iniziavo ad innamorarmi, in vacanza nel suo paese d'origine. 
In macchina avevamo la musicassetta di Lucio Dalla e l'ascoltavamo a tutto volume. 
L'anno che verrà, Anna e Marco, Stella di mare, Cosa sarà, l'ultima luna mi hanno accompagnato in quel viaggio e in quell'estate. 
Li in quella spiaggia Calabra i miei sogni sarebbero stati presi a schiaffi dalla realtà, e avrei cominciato a capire che tra quello che speri e quello che è, c'è in mezzo un oceano. 
La musica di Dalla mi ricorda il sorriso e i ricci scuri d'un amore idealizzato durato anni tra illusioni e realtà. 
Peró quant'è bello innamorarsi di un sogno. 
Anche se è più bello ancora l'amore reale. 
In quell'estate conobbi la donna che, anni dopo, sarebbe divenuta la compagna della mia vita e la madre di mio figlio. 
Ma questa è un'altra storia. 
Ci sono anni nella vita di un uomo che sono pietre miliari, degli spartiacque. 
Il 1979 è stato uno di questi. 
E Dalla in quell'anno è stato un compagno gradito. 
 


sabato 2 dicembre 2023

Musetto

Opera di Blanca M. 


Questa è una serigrafia del mio gatto fatta da una mia amica spagnola
Era il 1990 ed io la ospitavo a casa mia. 
Pochi mesi prima avevo perso mia madre dopo una lunga malattia, ed ero rimasto solo (anche mio padre era morto due anni prima), o meglio, non solo, ero rimasto con Musetto, il mio gatto.
In un periodo nero Musetto mi dava un senso di continuità,  era una presenza che mi riallacciava a mia madre (era lei che gli aveva dato il nome dicendo "che bel Musetto che ha! "), e in quella casa ormai vuota mi dava un piccolo senso di famiglia.
Fin da piccolo in casa avevamo dei gatti:
la prima era stata Stella, per cui avevo un affetto enorme, poi Ringo, Nerone, Tizzo e infine Musetto, l'ultimo rimasto.
Per qualche mese dopo la morte di mia madre eravamo rimasti solo io e lui e ricordo che quando andavo al lavoro mi seguiva per parecchi metri sulla strada miagolando ed io lo rimproveravo dicendogli di tornare a casa.
Vivevo al pianterreno di un palazzo di 4 piani  e la mia casa aveva un piccolo giardino con un cedro ed un nespolo dal quale i gatti salivano su di un muretto e da lì scendevano in strada.
Ho sempre pensato che i gatti ed anche i cani non debbono essere rinchiusi in casa e che devono poter uscire anche per socializzare con i propri simili (come noi in fondo).
Ovviamente tutto ciò comporta dei rischi. 
Era da un paio di mesi che Blanca (la mia amica spagnola) viveva con me ed era una decina di giorni che Musetto non tornava a casa. Era già successo precedentemente per qualche giorno e questo non mi aveva mai preoccupato perché avendo avuto già dei gatti sapevo che amano girovagare oppure come capitò con Nerone si fanno la seconda casa: l'avevo scoperto quando una signora che non conoscevo, per strada, lo aveva chiamato, e dopo averle chiesto come mai stava chiamando il mio gatto, mi disse che era da diverso tempo che gli entrava in casa per stare in compagnia della sua gatta e lei gli dava da mangiare. 
Peró stavolta stava durando troppo e questo mi preoccupava. 
Tornai dal lavoro e Blanca mi disse che era passata mia sorella per dirmi che qualcuno l'aveva avvertita che Musetto era stato schiacciato da una macchina. 
Le reazioni di noi umani a volte sono strane: dopo la morte di mia madre avevo pianto ma in qualche modo avevo tenuto chiuso il dolore dentro di me lacerandomi.
La morte di Musetto tiró fuori tutto quello che prima avevo trattenuto e piansi di un pianto disperato per Musetto, per mia madre, per mio padre e forse un pó anche per me. 
Questo disegno mi ricorda quel periodo, la mia hermanita Blanca e il mio ultimo gatto, Musetto. 


venerdì 3 novembre 2023

Il graffio del Male

Che periodo fecondo è stato quello di fine anni 70 per la satira.
Il male è stato la casa di tanti autori ed ha dato una sferzata di novità nel panorama editoriale del periodo. 
Ricordo le prime pagine dei quotidiani nazionali con titoli totalmente inventati 
e paradossalmente credibili per quegli anni. 
In quel periodo frequentavo il liceo e ricordo ancora quando attaccammo in atrio la finta prima pagina del Paese Sera, con la notizia dell'arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Br; la cosa divertente è che alcuni guardando il giornale ne parlavano dicendo che in fondo un pó lo sospettavano, che qualcosa di losco si intravvedeva in lui.
Il Male fu un tesoro continuo di invenzioni e di sberleffi alla società, fra le sue pagine passarono tra i tanti: Pazienza, Zac, Liberatore, Scozzari, Tamburini, Vincino. 


venerdì 7 luglio 2023

Ritorno a Samarcanda

 


 

Esistono canzoni e musiche che ti accompagnano in un periodo della tua vita e che riascondandole ti fanno affiorare ricordi piacevoli.

Samarcanda di Roberto Vecchioni insieme al Bolero di Ravel si associano ad uno dei periodi più belli della mia vita. 

Mio figlio era piccolo e io mettevo o l'una o l'altra perché a lui piaceva, quando arrivava il ritornello di Samarcanda (op op cavallo), corrermi incontro e saltarmi in braccio e poi io lo dondolavo a ritmo di musica, altrettanto facevo in vari momenti del Bolero.

La sua faccia felice e le sue risate di bambino è uno dei piú bei regali che mi ha fatto la vita.